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Luglio 2026 archivio

I motivi per leggere L'Incal di Jodorowsky e Moebius e iniziare un viaggio filosofico che intreccia fantascienza, spiritualità, autocoscienza e satira

Multimedia   30.07.26  

Tra le opere che hanno ridefinito il linguaggio del fumetto europeo, L'Incal occupa un posto di assoluto rilievo. Nato dalla collaborazione tra lo sceneggiatore Alejandro Jodorowsky e il disegnatore Jean Giraud in arte Moebius, questo ciclo di graphic novel pubblicato a partire dal 1981 è considerato uno dei vertici della fantascienza illustrata. Più che una semplice avventura spaziale, L'Incal è un viaggio filosofico e visionario che intreccia tecnologia, spiritualità, satira politica e ricerca interiore in un universo narrativo di straordinaria ricchezza.

Il protagonista è John Difool, un investigatore privato mediocre, codardo e privo di qualsiasi qualità eroica. La sua esistenza cambia radicalmente quando entra in possesso dell'Incal, un misterioso artefatto dalle immense capacità, ambito da governi, eserciti, sette religiose e potenti entità cosmiche. Da quel momento Difool viene trascinato in un'avventura che attraversa pianeti, dimensioni e civiltà, trasformandosi, suo malgrado, in una figura destinata a influenzare il destino dell'intero universo.

L'universo immaginato da Jodorowsky è un caleidoscopio di idee. Le sue pagine fondono space opera, cyberpunk ante litteram, esoterismo, psicologia junghiana, alchimia, misticismo orientale e simbolismo religioso. La narrazione alterna momenti di epica cosmica a scene ironiche e grottesche, nelle quali la critica alla società contemporanea emerge attraverso la caricatura del potere, del consumismo, dei media e del fanatismo ideologico e religioso. Pur ambientata in un futuro remoto, l'opera parla costantemente del presente, mostrando una civiltà dominata dalla manipolazione dell'informazione, dalla corruzione politica e dalla perdita di valori autentici.
Il merito di rendere L'Incal un'esperienza visiva unica è di Moebius. Il suo tratto elegante e assurdamente dettagliato dà vita a metropoli verticali, deserti infiniti, astronavi organiche e creature aliene di straordinaria originalità. Ogni tavola trasmette un senso di meraviglia continua, con una chiarezza narrativa che permette anche alle sequenze più complesse di mantenere una sorprendente leggibilità. L'immaginario creato da Moebius ha influenzato profondamente il cinema, il design e la fantascienza contemporanea, ispirando registi come Ridley Scott, George Lucas, Luc Besson e molti altri.

Uno degli aspetti più affascinanti dell'opera è il continuo contrasto tra il sublime e il ridicolo. John Difool è l'esatto opposto dell'eroe tradizionale: egoista, pauroso e spesso incapace di comprendere ciò che gli accade intorno. Eppure proprio questa sua umanità lo rende il protagonista ideale di un racconto che mette in discussione il concetto stesso di predestinazione. Jodorowsky suggerisce che l'evoluzione spirituale non appartenga agli individui perfetti, ma a coloro che sono disposti ad affrontare le proprie debolezze e a trasformarle in occasione di crescita.

L'importanza de L'Incal, come suggerisce Art Shutter, va ben oltre la graphic novel. Da questa saga è nato il cosiddetto Jodoverse, un vasto universo narrativo comprendente opere come Prima dell'Incal, Dopo l'Incal, L'Incal finale, La Casta dei Meta-Baroni e I Tecnopadri, che ampliano e approfondiscono la complessa cosmologia immaginata da Jodorowsky. Ogni serie affronta aspetti differenti dello stesso universo, contribuendo a costruire una delle mitologie fantascientifiche più articolate mai realizzate nel fumetto.

A oltre quarantacinque anni dalla sua pubblicazione, L'Incal continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per autori, illustratori e lettori. La sua straordinaria capacità di fondere spettacolo visivo, riflessione filosofica, viaggio iniziatico e sperimentazione narrativa dimostra come la graphic novel possa affrontare temi profondi senza rinunciare al fascino dell'avventura.
È un'opera che invita a interrogarsi sul significato del potere, della coscienza e dell'evoluzione dell'umanità, ricordandoci l'essenziale importanza dell'esplorazione di noi stessi.

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Gandahar il visionario capolavoro di Laloux che trasforma la fantascienza in una riflessione sulla condizione umana

Multimedia   28.07.26  

Tra le opere più originali e affascinanti dell'animazione europea, Gandahar, del 1987, rappresenta il testamento artistico del regista francese René Laloux, autore di autentici classici della fantascienza animata come Il pianeta selvaggio (1973) e Les Maîtres du temps (1982). Con questo suo ultimo lungometraggio, Laloux realizza un'opera che fonde filosofia, ecologia, surrealismo e fantascienza in un viaggio visionario capace di affascinare ancora oggi.

La storia si svolge su Gandahar, un pianeta apparentemente perfetto, dove una civiltà pacifica vive in armonia con la natura, guidata da un consiglio di matriarche. Questo fragile equilibrio viene improvvisamente spezzato dall'arrivo degli Uomini di Metallo, un esercito di automi che trasforma gli abitanti in statue di pietra. Per scoprire l'origine dell'invasione viene inviato il giovane guerriero Sylvain, che durante il suo viaggio incontra i Deformi, esseri mutanti emarginati dalla società di Gandahar perché frutto di antichi esperimenti scientifici falliti. Proprio attraverso il confronto con questi esclusi emergerà una verità molto più complessa di quanto appaia inizialmente.

Laloux costruisce una narrazione che supera il semplice conflitto tra bene e male. Il vero antagonista, il gigantesco cervello chiamato Metamorphis, non è soltanto un mostro da sconfiggere, ma il risultato di un passato dimenticato e delle conseguenze impreviste del progresso tecnologico. Il viaggio di Sylvain e della sua compagna Airelle si trasforma così in una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla responsabilità delle civiltà nei confronti delle proprie creazioni. La fantascienza diventa uno strumento per interrogarsi sul rapporto tra scienza ed etica, sul destino delle società utopiche e sul rischio che ogni paradiso possa generare, inconsapevolmente, le condizioni della propria rovina.

Uno degli elementi più sorprendenti del film è il suo universo visivo basato sul romanzo di Jean-Pierre Andrevon, Gli uomini-macchina contro Gandahar (Les Hommes-machines contre Gandahar). I personaggi, le creature e gli ambienti sono stati progettati dal celebre fumettista francese Philippe Cazaumayou, conosciuto semplicemente come Caza, uno dei maggiori interpreti della fantascienza illustrata europea. Le sue architetture organiche, le piante impossibili, gli animali fantastici e gli esseri mutanti trasformano Gandahar in un mondo sospeso tra sogno e incubo, nel quale ogni inquadratura sembra un'illustrazione uscita dalle pagine di una graphic novel. L'animazione tradizionale, pur realizzata con mezzi limitati rispetto alle produzioni hollywoodiane dell'epoca, riesce a creare immagini di straordinaria forza evocativa.
Come in tutta la filmografia di Laloux, anche in Gandahar convivono influenze letterarie, artistiche e filosofiche. Il film affronta temi che anticipano molte riflessioni contemporanee: l'intelligenza artificiale, il transumanesimo, le mutazioni genetiche, l'esclusione del diverso e l'equilibrio tra sviluppo tecnologico e sostenibilità ambientale. I Deformi, inizialmente considerati mostri, diventano invece il simbolo della diversità come ricchezza, mentre la società apparentemente perfetta di Gandahar rivela le proprie contraddizioni e la propria incapacità di accettare ciò che esce dagli schemi.

L'opera si distingue anche per il ritmo contemplativo e per il tono poetico che caratterizzano la regia di Laloux. A differenza della fantascienza d'azione più spettacolare, Gandahar invita lo spettatore a osservare, riflettere e lasciarsi trasportare in un universo in cui il meraviglioso convive con l'inquietante. La colonna sonora, i colori irreali e la continua invenzione visiva contribuiscono a creare un'esperienza quasi onirica, nella quale la narrazione procede come un sogno lucido.

Pur non avendo ottenuto il successo commerciale di altre produzioni animate degli anni Ottanta, Gandahar è diventato negli anni un autentico film di culto. La sua influenza è riconoscibile in numerose opere successive di fantascienza e animazione, soprattutto per la capacità di immaginare mondi alieni credibili senza rinunciare alla dimensione simbolica e filosofica. Ancora oggi il film conserva una sorprendente modernità, dimostrando come l'animazione possa essere uno straordinario linguaggio per raccontare idee complesse e scenari impossibili da rappresentare con altri mezzi.
Janus Films distibuirà una versione restaurata in 4K nei cinema a fine agosto.

Con Gandahar, René Laloux chiude la propria carriera lasciando un'opera che parla di futuro, ma soprattutto dell'uomo, delle sue paure, delle sue speranze e delle conseguenze delle proprie scelte. Un viaggio visionario che, a quasi quarant'anni dalla sua uscita, mantiene intatto il fascino delle grandi opere capaci di trasformare la fantascienza in una profonda riflessione sulla condizione umana.

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Come Tadej Pogacar ha vinto il suo quinto Tour de France

Res publica   27.07.26  

Il Tour de France 2026 ha consacrato Tadej Pogacar tra i più grandi campioni della storia del ciclismo. Con il suo quinto successo nella Grande Boucle, il terzo consecutivo, Pogi ha eguagliato il primato detenuto da leggende come Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain, dimostrando una superiorità atletica, tattica e mentale fuori dal comune.
L'edizione numero 113 del Tour ha preso il via da Barcellona con un'insolita cronosquadre inaugurale, vinta dalla Visma–Lease a Bike, che ha permesso a Jonas Vingegaard di indossare la prima maglia gialla. Le prime giornate sembravano sorridere alla formazione olandese, ma già alla terza tappa, da Granollers a Les Angles, Pogacar ha lanciato il primo segnale della sua forza imponendosi sul traguardo e conquistando la leadership della classifica generale.

Il vero punto di svolta, come racconta The Cycling Dane è però arrivato nella sesta tappa, da Pau a Gavarnie-Gèdre, con l'arrivo ai piedi dei Pirenei. Sul leggendario Col du Tourmalet Pogacar ha sferrato uno degli attacchi più memorabili della sua carriera, staccando tutti gli avversari a oltre quaranta chilometri dal traguardo e concludendo la frazione con una lunghissima cavalcata solitaria. Al termine della giornata aveva inflitto oltre due minuti e mezzo a Vingegaard e riconquistato la maglia gialla, dimostrando come la sua capacità di unire esplosività in salita e resistenza sulle lunghe distanze rappresenti oggi il riferimento assoluto del ciclismo mondiale.

Dopo aver amministrato il vantaggio nelle tappe dedicate ai velocisti, il campione della UAE Team Emirates-XRG è tornato protagonista nella decima frazione, da Aurillac a Le Lioran, disputata il 14 luglio, giorno della festa nazionale francese. Con un nuovo attacco sulle rampe del Col de Pertus ha lasciato sul posto i principali rivali, conquistando la terza vittoria di tappa della corsa e rafforzando ulteriormente il proprio primato.
Anche sulle Alpi Pogacar ha confermato la propria superiorità. La vittoria al Le Markstein, al termine di una durissima tappa alpina, e il sigillo sull'Alpe d'Huez hanno consolidato un vantaggio ormai difficilmente colmabile. Nel frattempo la situazione dei suoi avversari si complicava: Jonas Vingegaard, il grande rivale delle ultime stagioni, è stato costretto al ritiro dopo una caduta nella quindicesima tappa, mentre Remco Evenepoel ha cercato di limitare i danni, chiudendo infine secondo nella classifica generale.

La forza di Pogacar, tuttavia, non si è limitata alle prestazioni individuali. Il Tour 2026 ha mostrato anche la maturità di un corridore capace di correre per la squadra. Pogi ha spesso sacrificato occasioni personali per favorire il giovane compagno Isaac Del Toro aiutandolo, come un tutor, a conquistare uno storico terzo posto finale. È stata la dimostrazione di una leadership diversa rispetto agli anni precedenti: meno centrata esclusivamente sulla vittoria personale e più orientata alla costruzione del successo collettivo.
L'ultima settimana è stata una lunga gestione del vantaggio accumulato. La cronometro individuale, le difficili tappe alpine e la spettacolare conclusione hanno confermato la solidità dello sloveno, sempre lucido nei momenti decisivi. L'edizione 2026 si è chiusa con una tappa finale modificata a causa degli incendi che hanno interessato alcune aree della Francia, ma nulla ha cambiato l'esito della corsa. Pogacar si è impegnato sino all'ultimo metro nel Tour più veloce di sempre. Onorando la Maglia Gialla anche nella tappa parigina col suo percorso più simile a una classica che non alle tradizionali passerelle.

Il nuovo cannibale ha ancora fame.

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La fotografia di Saul Leiter lavora sull'immaginazione per suggerire emozioni

Wow   26.07.26  

Saul Leiter arrivò a New York con l'intenzione di dedicarsi alla pittura, dopo aver abbandonato gli studi religiosi. La sua formazione artistica influenzò profondamente il suo modo di fotografare. Osservando le sue fotografie si ha la sensazione di entrare in uno spazio sospeso, dove la realtà non viene semplicemente documentata, ma trasformata in un'esperienza emotiva fatta di luce, colore e mistero. È questa capacità di evocare, più che di mostrare, a rendere la sua opera ancora straordinariamente moderna. Anziché considerare la macchina fotografica come uno strumento per registrare fedelmente il mondo, la utilizzò come un pennello, capace di costruire composizioni in cui forme, colori e luce dialogano tra loro. Le sue immagini devono molto all'espressionismo astratto, movimento che frequentava negli ambienti artistici newyorkesi, e conservano sempre una forte dimensione pittorica.
La caratteristica forse più rivoluzionaria del suo lavoro fu l'utilizzo della fotografia a colori in un periodo in cui il bianco e nero era considerato l'unico linguaggio realmente artistico. Già dagli anni Quaranta e Cinquanta, Leiter sperimentava con pellicole Kodachrome, dimostrando che il colore non era un semplice elemento decorativo, ma poteva diventare un potente strumento narrativo. Le sue tavolozze sono fatte di rossi intensi, verdi smorzati, gialli delicati e tonalità soffuse che sembrano dissolversi nella nebbia o nella pioggia.

Ciò che rende immediatamente riconoscibili le sue fotografie è però il modo in cui utilizza gli ostacoli visivi. Vetri appannati, finestre, tende, ombrelli, riflessi e superfici trasparenti non nascondono la realtà, ma la arricchiscono. Lo spettatore non vede mai tutto; è costretto a completare mentalmente ciò che rimane fuori campo. In questo modo ogni fotografia conserva una parte di mistero e invita a un'osservazione lenta e contemplativa.
Anche la street photography, nelle mani di Leiter, assume un significato diverso. Mentre molti fotografi di strada cercavano l'istante decisivo, il gesto spettacolare o l'energia della metropoli, lui preferiva gli intervalli, le pause e gli angoli più silenziosi di New York. I suoi soggetti appaiono spesso parzialmente nascosti, sfocati o relegati ai margini dell'inquadratura. La città non è un teatro dell'azione, ma uno spazio di introspezione, dove ogni passante sembra immerso nei propri pensieri.
Parallelamente alla fotografia personale, Leiter costruì una brillante carriera nella fotografia di moda, collaborando con riviste prestigiose come Harper's Bazaar ed Esquire. Anche in questo ambito mantenne uno stile riconoscibile, privilegiando atmosfere intime e composizioni eleganti rispetto alla spettacolarità tipica della fotografia commerciale.

Nonostante il talento, Saul Leiter rimase per molti anni lontano dai riflettori. Schivo per carattere e poco interessato alla fama, continuò a lavorare con discrezione mentre gran parte del suo archivio, qui in parte presentato da Photographers Archive, restava praticamente sconosciuto. Soltanto con la pubblicazione del volume Early Color, nel 2006, il pubblico internazionale riscoprì la portata della sua innovazione, riconoscendolo finalmente come uno dei grandi pionieri della fotografia del Novecento.

L'eredità di Saul Leiter è oggi più attuale che mai. Le sue fotografie ricordano che la forza di un'immagine non risiede necessariamente nella chiarezza. Al contrario, è proprio l'ambiguità a renderla memorabile. Leiter ci insegna che la fotografia non deve spiegare tutto; può limitarsi a suggerire, lasciando spazio all'immaginazione, alle emozioni e al silenzio. È in quella sottile distanza tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo che nasce la sua poesia, ancora capace di parlare con sorprendente intensità allo sguardo contemporaneo.

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Tutti i computer protagonisti di Jurassic Park

Geek   25.07.26  
Scena tratta da Jurassic Park
Scena tratta da Jurassic Park

Quando Jurassic Park uscì nelle sale, nel 1993, il pubblico rimase affascinato dagli effetti speciali rivoluzionari per ricreare quei dinosauri così fotorealistici. Eppure, a distanza di oltre trent'anni, il film rappresenta anche una straordinaria testimonianza della cultura informatica dei primi anni Novanta. Rivederlo oggi significa compiere un viaggio nel passato dell'informatica, osservando workstation, sistemi operativi, monitor, codici di programmazione e software che all'epoca incarnavano il futuro.
La tecnologia in Jurassic Park non è infatti un semplice elemento scenografico, è parte integrante della narrazione. L'intero parco di Isla Nublar è gestito da una sofisticata rete di computer che controlla recinzioni elettrificate, sistemi di sicurezza, laboratori genetici e infrastrutture. È proprio il sabotaggio informatico compiuto da Dennis Nedry a trasformare un'ambiziosa meraviglia scientifica in un incubo, dimostrando come il punto debole di un sistema altamente automatizzato possa sempre essere il fattore umano.

Fabien Sanglard ha riguardato la pellicola per cogliere ogni pezzo di hardware e analizzare ogni frammento di codice. Uno degli aspetti più interessanti è l'attenzione con cui la produzione selezionò l'hardware da mostrare sullo schermo. Nei laboratori della InGen compaiono workstation Silicon Graphics (SGI), autentici simboli dell'informatica professionale dell'epoca. I computer realmente utilizzati dagli studios per gli effetti speciali in CGI che avrebbe rivoluzionato Hollywood. In un curioso gioco di specchi, le stesse macchine impiegate per generare i dinosauri digitali venivano mostrate nel film come strumenti della finzione scientifica.
Accanto alle SGI appaiono Apple Macintosh, terminale e l'onnipresente Unix che restituiscono fedelmente l'estetica tecnologica dei primi anni Novanta. Anche i monitor, le tastiere, i dischi rigidi e le interfacce grafiche sono ricostruiti con notevole accuratezza, offrendo oggi una preziosa fotografia dell'era pre-Internet di massa.

Tra le sequenze più celebri figura quella in cui Lex Murphy utilizza un sistema Unix per riattivare i controlli del parco. La scena è diventata iconica anche per l'impiego di un clone fsn (È un sistema Unix, io lo conosco!), un file manager tridimensionale sviluppato per le workstation SGI IRIX e successivamente reso celebre come ispirazione del progetto open source fsv. Per molti spettatori quell'interfaccia sembrò pura fantasia cinematografica, mentre era realmente esistente.

Oggi i computer presenti nel film sono autentici pezzi da museo, ma continuano a esercitare un fascino particolare sugli appassionati di retrocomputing. Le workstation Silicon Graphics, i CM-5, i PLI MiniArray, i Macintosh Quadra e Powerbook, il codice Pascal e i software utilizzati rappresentano un momento irripetibile della storia dell'informatica, quando la potenza di calcolo stava iniziando a trasformare non solo la ricerca scientifica, ma anche il cinema, il design e l'animazione digitale.
Riguardare Jurassic Park con un occhio attento alla tecnologia significa scoprire un'opera che ha saputo raccontare il rapporto tra uomo e macchina con sorprendente lungimiranza.

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Celebrare l'identità europea nelle nuove banconote in euro

Res publica   25.07.26  
Design proposti per la nuova serie delle banconote in euro
Design proposti per la nuova serie delle banconote in euro

Quando entrò in circolazione il 1º gennaio 2002, l'euro rappresentò il simbolo concreto di un progetto politico e culturale senza precedenti, quello di un'Europa capace di condividere la propria identità. Da allora, centinaia di milioni di cittadini utilizzano quotidianamente le stesse banconote, superando confini nazionali che per secoli avevano separato economie, culture e popoli.
A oltre vent'anni dalla sua introduzione, la Banca Centrale Europea ha avviato il primo grande restyling delle banconote. Non si tratta di un semplice aggiornamento grafico o di un miglioramento delle caratteristiche di sicurezza, come per la serie Europa, ma è l'occasione per ridefinire i simboli che accompagnano ogni giorno la vita degli europei. Dopo un concorso internazionale che ha coinvolto oltre 1.200 designer, sono stati selezionati dieci progetti finalisti, sviluppati attorno a due temi principali che raccontano due anime complementari dell'Europa.

Il primo, Cultura europea, rende omaggio alle personalità che hanno contribuito a costruire il patrimonio intellettuale del continente. Figure come Leonardo da Vinci, Marie Curie e Ludwig van Beethoven incarnano la creatività, la ricerca scientifica, l'arte e l'innovazione che hanno reso l'Europa uno dei principali centri della cultura mondiale. Le loro opere e le loro scoperte appartengono ormai all'intera umanità, ma affondano le radici in una storia europea condivisa.
Il secondo tema, Fiumi e uccelli, sposta invece lo sguardo sul patrimonio naturale. I grandi corsi d'acqua europei hanno favorito per millenni commerci, incontri e scambi culturali, mentre le specie di uccelli migratori ignorano i confini politici, ricordandoci che la natura unisce ciò che la storia ha spesso diviso. L'accostamento tra biodiversità e istituzioni europee suggerisce un'idea di integrazione.

La Bance Centrale Europea ha scelto di coinvolgere direttamente i cittadini nella selezione del progetto finale, prevista entro la fine del 2026, attraverso un sondaggio di opinione. Le banconote contribuiscono a costruire un immaginario collettivo. Ogni colore, ogni illustrazione e ogni simbolo raccontano qualcosa della società che li ha prodotti e dei valori che desidera trasmettere, per questo la partecipazione popolare celebra una comunità costruita attraverso la cultura, la scienza, la cooperazione e il rispetto della diversità.
Ogni banconota è un piccolo manifesto tascabile, un oggetto quotidiano che ricorda come, al di là delle differenze linguistiche e nazionali, esista un patrimonio comune capace di unire tutti i cittadini europei.

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Il flyby di Marte in un suggestivo time-lapse ripreso dalla sonda Psyche

Geek   24.07.26  

Ogni missione spaziale è un viaggio verso l'ignoto, ma anche un'occasione per osservare con occhi nuovi ciò che già conosciamo. È il caso della sonda Psyche della NASA che, durante il sorvolo di Marte del 15 maggio, a circa 4.500 chilometri dalla superficie, ha regalato immagini spettacolari del Pianeta Rosso. La sequenza, montata in un suggestivo time-lapse dal Jet Propulsion Laboratory, mostra l'avvicinamento e il successivo allontanamento della sonda, offrendo una prospettiva insolita di un mondo che, nonostante decenni di esplorazione, continua a sorprenderci.

Le fotografie sono state realizzate dalla camera multispettrale di bordo, progettata per studiare il vero obiettivo della missione: l'asteroide metallico 16 Psyche, che la sonda raggiungerà nel 2029. All'inizio del filmato Marte appare come una sottile falce illuminata dal Sole, avvolta dalla delicata foschia della sua atmosfera. Man mano che la distanza diminuisce, emergono dettagli sempre più nitidi: la calotta polare australe, il grande cratere Huygens con la sua caratteristica struttura ad anelli e vaste pianure segnate da miliardi di anni di impatti ed erosione eolica.

Questo sorvolo ravvicinato non aveva soltanto uno scopo spettacolare. Il flyby è servito infatti ad aumentare la velocità della sonda grazie all'assistenza gravitazionale del pianeta, correggendo la traiettoria verso la fascia principale degli asteroidi. Allo stesso tempo ha rappresentato una preziosa prova generale per tutti gli strumenti scientifici di bordo. La fotocamera ha dimostrato la propria sensibilità, riuscendo persino a individuare le piccole lune marziane, Phobos e Deimos.

Lanciata nell'ottobre del 2023, Psyche ha una destinazione unica nel panorama dell'esplorazione planetaria. L'asteroide 16 Psyche è ritenuto da molti ricercatori il possibile nucleo metallico esposto di un antico protopianeta, un frammento sopravvissuto alle violente collisioni che, oltre quattro miliardi e mezzo di anni fa, plasmarono il sistema Solare. Studiarlo significa osservare direttamente il materiale che potrebbe costituire il cuore dei pianeti rocciosi, Terra compresa.

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Gli X-Files riaperti dal nuovo set LEGO Ideas

Wow   22.07.26  

La serie creata da Chris Carter ha ridefinito la fantascienza televisiva degli anni Novanta e saputo fondere investigazione, horror, cospirazioni e paranormale in un racconto capace di influenzare generazioni di spettatori. Non sorprende che il suo universo venga oggi celebrato anche attraverso un nuovo set LEGO Ideas, presentato con un'originale campagna promozionale che vede il ritorno di Gillian Anderson nei panni dell'indimenticabile agente speciale Dana Scully.
Composto da 1.478 pezzi, il set riproduce alcuni dei luoghi più iconici di X-Files. Al centro si trova il celebre ufficio di Mulder al J. Edgar Hoover Building dell'FBI, con le sue pareti ricoperte di documenti, fotografie e l'immancabile poster I want to believe. Sopra a questo ambiente, il set include una radura nel bosco, teatro di numerosi incontri inquietanti, e un UFO sospeso, simbolo della costante ricerca della verità oltre ciò che è visibile. Come i numerosi riferimenti nascosti alla serie tutti da scoprire. Completano il set otto minifigure: Fox Mulder, Dana Scully, il vice direttore Walter Skinner, l'informatore Mr. X, Alex Krycek, C.G.B. Spender l'uomo che fuma, l'iconico Flukeman e l'immancabile Grigio.
Solo per un tempo limitatissimo, in omaggio assieme al set il laboratorio di Scully con una minifigure speciale di Dana.

The Truth Is Out There

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Cosa rende RoboCop di Paul Verhoeven così attuale e una pietra miliare della fantascienza

Multimedia   22.07.26  

A quasi quarant'anni dalla sua uscita, RoboCop continua a essere considerato uno dei migliori film di fantascienza mai realizzati. Molti lo ricordano per la spettacolarità delle scene d'azione, per il design dell'iconico poliziotto cibernetico o per la violenza volutamente sopra le righe. Ma il capolavoro di Paul Verhoeven è molto più di un action movie; è una riflessione sul potere, sull'identità umana e sulle contraddizioni della società contemporanea.
La storia di Alex Murphy, agente di polizia brutalmente ferito e trasformato dalla multinazionale OCP in una macchina destinata a far rispettare la legge, affronta una domanda che oggi appare persino più attuale di quanto fosse negli anni Ottanta. Che cosa resta dell'essere umano quando il corpo, la memoria e persino la volontà vengono piegati agli interessi economici? RoboCop diventa così una figura tragica, sospesa tra uomo e macchina, costretto a riconquistare la propria identità in un mondo che lo considera soltanto una proprietà aziendale.

Parallelamente, Verhoeven costruisce una satira feroce del capitalismo sfrenato e della privatizzazione dei servizi pubblici. La Detroit del film è una città lasciata al degrado, dominata da corporazioni che esercitano un potere superiore a quello delle istituzioni democratiche. I finti telegiornali e gli spot pubblicitari che intervallano la narrazione accentuano il tono grottesco, trasformando il film in una caricatura inquietante di una società in cui consumismo, violenza e profitto sembrano aver sostituito qualsiasi principio etico.

Una delle ragioni per cui RoboCop resiste così bene al passare del tempo è anche la sua straordinaria qualità visiva, come racconta Rowan J. Coleman. Paul Verhoeven, forte della sua formazione culturale europea, compose ogni inquadratura con grande attenzione alla luce, all'architettura e alla profondità dello spazio. L'uso degli effetti pratici, dei modellini, del trucco prostetico e dell'animazione stop-motion conferisce al film una materialità che ancora oggi appare sorprendentemente convincente. Ogni scena è costruita con una precisione quasi pittorica, rendendo memorabili tanto gli scontri quanto i momenti di introspezione. La precisa coreografia dei movimenti degli attori e della macchina da presa all'interno del set rendono RoboCop una pietra miliare dell'arte del blocking cinematografico.
Mentre molti film contemporanei si basano su una copertura statica e un montaggio rapido, Verhoeven racconta la sua storia attraverso un movimento fluido della telecamera, un'attenta composizione e una sincronia di editing senza soluzione di continuità.

Il contributo della fotografia di Jost Vacano e della colonna sonora epica di Basil Poledouris completa un'opera capace di fondere spettacolo e riflessione. La violenza estrema, spesso interpretata come semplice provocazione, diventa invece uno strumento per mettere a nudo la brutalità di una società che mercifica perfino la vita umana.
RoboCop seppe anticipare molti temi oggi centrali come l'intelligenza artificiale, la sorveglianza tecnologica, il rapporto tra esseri umani e algoritmi, il potere delle grandi aziende e la progressiva sostituzione del lavoro umano con le macchine. Non sorprende quindi che il film venga continuamente riscoperto da nuove generazioni di spettatori.
Come spesso accade con le opere migliori della fantascienza, RoboCop non parla realmente del futuro, ma guarda al presente. Dietro l'armatura d'acciaio del suo protagonista si nasconde una domanda universale, fino a che punto possiamo essere trasformati dalla tecnologia senza perdere ciò che ci rende umani? È proprio questa capacità di unire intrattenimento, critica sociale e profondità filosofica che rende il film di Verhoeven un classico senza tempo.

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Rivivere le emozioni della missione Artemis II intorno alla Luna ad alta definizione

Geek   20.07.26  

Durante la missione Artemis II, quattro astronauti hanno raggiunto distanze dalla Terra superiori a quelle percorse da qualsiasi altro equipaggio nella storia dell'esplorazione umana. Grazie alle fotocamere installate sul modulo di servizio e all'intenso lavoro degli astronauti, il viaggio è stato documentato in ogni sua fase. Dal decollo tra fiamme e colonne di vapore fino alla navigazione nello spazio profondo, con spettacolari vedute della Luna e del nostro pianeta.

Queste immagini, oltre a essere straordinarie dal punto di vista estetico, rappresentano un prezioso patrimonio scientifico, utile per monitorare il comportamento del veicolo, studiare l'ambiente spaziale e preparare le future missioni per stabilire una presenza umana permanente sulla superficie lunare. Allo stesso tempo, possiedono una forza evocativa capace di coinvolgere miliardi di persone, alimentando curiosità, vocazioni scientifiche e il desiderio di esplorare ciò che ancora non conosciamo.

Partendo da queste immagini John D. Boswell, di Melodysheep, ha montato un coinvolgente supercut che ripercorre ogni fase di questa storica missione.
Riguardando questo video si comprende come l'importanza dell'esplorazione spaziale non consiste soltanto nel raggiungere nuovi mondi, ma nell'imparare a vedere con occhi diversi quello da cui proveniamo.

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