Quando la televisione arrivò in Bhutan alla fine del XX secolo
Per gran parte del Novecento il Bhutan rappresentò un'eccezione quasi assoluta nel panorama mondiale, mentre la televisione si diffondeva in ogni continente, il piccolo regno himalayano rimaneva l'unico paese a vietarne ufficialmente la trasmissione. La svolta arrivò nel 1999, quando il re Jigme Singye Wangchuck decise di revocare il divieto, aprendo il Paese ai canali televisivi e a internet. Il documentario di PBS Frontline, trasmesso nel 2002, racconta quel momento di transizione con uno sguardo raro. Osserva una società che, quasi all'improvviso, si trova esposta a un flusso globale di immagini, desideri e modelli culturali fino ad allora quasi sconosciuti.
La scelta del Bhutan non nacque da un entusiasmo verso la modernizzazione senza limiti. Per decenni il regno aveva perseguito una politica di apertura estremamente graduale, cercando di proteggere la propria identità culturale e religiosa. Il buddhismo vajrayana costituiva il fondamento della vita pubblica e privata, mentre l'isolamento geografico aveva contribuito a preservare tradizioni, lingua, architettura e costumi. Proprio per questo l'introduzione della televisione appariva come qualcosa di molto più profondo di una semplice innovazione tecnologica, significava permettere l'ingresso di un immaginario costruito altrove.
Il documentario mostra come gli effetti si manifestino quasi immediatamente. I bambini imitano i wrestler professionisti visti sullo schermo; i giovani iniziano a desiderare abiti firmati e prodotti internazionali; gli imprenditori intravedono nuove opportunità economiche; i monaci riflettono sui rischi della distrazione e dell'attaccamento ai desideri. Colpisce soprattutto il tono delle testimonianze, raramente prevale un entusiasmo ingenuo o un rifiuto totale. Molti intervistati sembrano percepire contemporaneamente il fascino della novità e il timore di perdere qualcosa di prezioso.
In questo senso, la televisione diventa un caso esemplare di quella che gli studiosi definiscono globalizzazione culturale. Le immagini non trasportano soltanto informazioni, introducono stili di vita, aspirazioni, modelli di consumo e idee su ciò che significa essere moderni. Un funzionario del governo osserva che il mezzo ha creato desideri per oggetti che molti bhutanesi non sapevano nemmeno esistessero. È un'osservazione che richiama le riflessioni del sociologo Arjun Appadurai sul ruolo dei media nella costruzione di nuovi immaginari globali. Prima ancora di cambiare i comportamenti, le immagini modificano l'orizzonte di ciò che le persone possono immaginare di desiderare.
Il caso del Bhutan è particolarmente interessante perché il Paese aveva già elaborato un'idea alternativa di sviluppo. Negli anni Settanta il re Jigme Singye Wangchuck introdusse il concetto di Felicità Interna Lorda (Gross National Happiness), proponendo che il benessere di una nazione non fosse misurato esclusivamente attraverso il prodotto interno lordo, ma anche considerando cultura, ambiente, buon governo e qualità della vita. La decisione di autorizzare televisione e internet, dunque, non rappresentava un abbandono di questa filosofia, bensì il tentativo di conciliarla con una modernizzazione ritenuta ormai inevitabile.
La realtà si rivelò più complessa. Studi successivi hanno mostrato che l'arrivo della televisione modificò rapidamente abitudini quotidiane, consumo del tempo libero e aspettative dei giovani. Alcune ricerche hanno rilevato cambiamenti negli ideali estetici, nella percezione dei ruoli sociali e nella diffusione della cultura dei consumi. Al tempo stesso, il Bhutan non cessò di investire nella tutela della propria identità, continuò a promuovere l'uso dell'abito tradizionale in molte occasioni pubbliche, a proteggere l'architettura storica e a mantenere il buddhismo come elemento centrale della vita nazionale.
Guardando quelle immagini oggi, è difficile non riconoscere una domanda che riguarda tutti; quando una tecnologia amplia le nostre possibilità e quando, invece, comincia a ridefinire ciò che desideriamo?
L'esperienza del Bhutan suggerisce che non esista una risposta semplice. La modernizzazione non coincide necessariamente con la perdita della cultura, ma ogni nuova tecnologia modifica gli equilibri tra tradizione, identità e immaginazione collettiva. Il piccolo regno himalayano scelse di aprire la porta al mondo; il documentario ci ricorda che, una volta aperta, non entrano soltanto nuove informazioni, ma anche nuovi modi di vedere noi stessi.
