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I post con tag "Folklore" archivio

La storia dei telefoni di Garfield naufragati sulla costa bretone

Wow   13.09.26  

Per oltre quarant'anni, sulle coste della Bretagna il mare ha restituito dei curiosi reperti, telefoni giocattolo a forma di Garfield, il pigro gatto arancione creato dal fumettista Jim Davis. Oggetti apparentemente insignificanti, diventati invece protagonisti di una delle più singolari storie di inquinamento marino e cultura popolare.
Tutto cominciò nei primi anni Ottanta, quando un container carico di questi telefoni andò perduto nell'Atlantico, al largo delle coste francesi. Da allora correnti e maree hanno continuato, lentamente, a riportare a terra pezzi del carico. Corpi arancioni, zampe, ricevitori e componenti del telefono sono comparsi sulle spiagge a distanza di decenni dall'incidente, trasformando un naufragio dimenticato in un fenomeno ricorrente.

Per gli abitanti della zona, Garfield è diventato quasi una presenza comune sulle spiagge. Alcuni raccolgono i frammenti durante le operazioni di pulizia; altri li conservano come insoliti cimeli; altri ancora li aggiustano sino a farli funzionare di nuovo. La sorpresa iniziale si è trasformata in curiosità, poi in una sorta di folklore locale. È curioso pensare che un personaggio nato per rappresentare la pigrizia e l'indifferenza sia diventato involontariamente il simbolo di un problema molto concreto, la persistenza della plastica negli oceani.
La storia ha inoltre qualcosa di profondamente contemporaneo. Un singolo incidente commerciale degli anni Ottanta, apparentemente concluso nel momento in cui il container scomparve, continua a produrre conseguenze decenni dopo. Il mare conserva e trasporta gli oggetti molto più a lungo di quanto immaginiamo, facendoli viaggiare per chilometri e riportandoli periodicamente sulle coste.

Il documentario di Zack Grant trasforma così una vicenda surreale in qualcosa di più di un aneddoto divertente. I telefoni di Garfield sono allo stesso tempo un reperto archeologico della cultura pop, una traccia di un naufragio e un monito ecologico. Dietro il sorriso del gatto arancione si nasconde la storia di un oggetto progettato per essere temporaneo, un giocattolo, un prodotto di consumo, che il mare ha invece trasformato in qualcosa di sorprendentemente duraturo. Garfield, personaggio che vive in un mondo di lasagne, sonnellini e battute, è finito per diventare il testimone involontario della capacità degli oceani di ricordare ciò che gli esseri umani a volte dimenticano.

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Le creature mostruose del folklore dell'antica Roma

Wow   07.09.26  

Il mondo romano non era popolato soltanto da dei, imperatori e legioni. Ai margini della geografia conosciuta viveva un'altra umanità, fatta di creature ibride, animali prodigiosi e mostri capaci di mettere in discussione i confini tra natura e immaginazione. Le descrizioni provenienti da viaggiatori, geografi e autori antichi trasformavano terre lontane e notti buie in uno spazio quasi fantastico, dove tutto ciò che era raro poteva diventare possibile.

Tra le creature più celebri Toldinstone ne racconta cinque. C'era il basilisco, letteralmente il piccolo re, il serpente che secondo la tradizione era capace di uccidere con lo sguardo. Plinio il Vecchio ne parla attribuendogli caratteristiche straordinarie, vivrebbe nel deserto da lui stesso creato poiché ha la capacità di seccare gli arbusti oltre che con il contatto anche con il solo sguardo. Nel Medioevo verrà lentamente associato alla coccatrice, il celebre gallo serpente che appare nell'araldica europea.
Accanto a lui comparivano gli uomini con la testa di cane, i cinocefali, esseri antropomorfi che popolavano i racconti sulle regioni remote del mondo. La loro origine risaliva a tradizioni molto più antiche di Roma e sarebbe sopravvissuta per secoli, arrivando perfino nella cultura medievale. Esiodo li distingue fra hemikynes, ovvero mezzi cane, descritti come umanoidi dal corpo di cane e kynokephaloi, dalla testa di cane e corpo umano, trattandoli tuttavia come un'unica popolazione.
Ancora più inquietante era la manticora descritta da Ctesia di Cnido nei suoi Indikà. Creatura dal corpo leonino, volto umano e coda di scorpione in grado di scagliare spine velenose per rendere inerme la preda. Il suo nome e la sua descrizione provenivano probabilmente dalla tradizione persiana, filtrata attraverso autori greci e poi romani, col significato di mangiatrice d'uomini.
Il catoblepa era un animale dall'aspetto quasi grottesco, secondo Plinio il Vecchio era quadrupede etiope aveva una testa talmente pesante da essere costretto a tenerla rivolta verso il terreno. Ma proprio il suo sguardo poteva essere mortale. Una sorta di paradosso vivente, una creatura apparentemente incapace di guardare il mondo, ma pericolosissima per chi avesse incrociato i suoi occhi. Il nome deriva dal greco antico katōblépōn, che significa letteralmente che guarda in basso. Tuttavia, un secolo più tardi, Claudio Eliano l'avrebbe descritto come un erbivoro delle dimensioni di un toro domestico, il suo sguardo non era letale al contrario del suo alito velenoso, perché velenose erano le piante di cui si nutriva.
Infine c'era l'odontotiranno, il più enigmatico del gruppo, descritto nel III libro del Romanzo di Alessandro e nel De gentibus Indiae et Bragmanibus attribuito allo pseudo-Palladio. Il suo nome significa dente tiranno. Si trattava di una bestia gigantesca, descritta come capace di terrorizzare gli uomini con le sue enormi fauci con cui poteva ingoiare un elefante intero in un boccone. La sua natura sfuggente mostra quanto facilmente, nel mondo antico, zoologia, viaggio e leggenda potessero fondersi.

Questi mostri raccontano dunque qualcosa di più interessante della semplice superstizione. Per i Romani, il confine del mondo conosciuto era anche il confine dell'immaginabile. Le creature fantastiche abitavano l'altrove. Più una terra era inesplorata, più sembrava plausibile che fosse abitata da esseri impossibili. Il mondo veniva completato con le creature che l'immaginazione riteneva necessarie.
Molte di esse, trasformate e reinventate, hanno continuato il loro viaggio per migliaia di anni, passando dai bestiari medievali alla letteratura fantastica e infine alla cultura popolare contemporanea.

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I goblin attraverso il folklore e la cultura moderna

Res publica   02.09.25  

I goblin sono esseri spesso descritti come grotteschi e mostruosi, presenti nel folklore di diverse culture europee. La loro prima attestazione risale ai racconti medievali, in cui vengono associati a una varietà di abilità e temperamenti, a seconda della storia e del paese di origine. Possono essere spiriti domestici dispettosi o ladri bestiali e malvagi, e spesso possiedono poteri magici simili a quelli di fate o demoni, come la capacità di trasformarsi.
Originariamente, goblin era un termine generico per qualsiasi creatura umana magica, simile a un folletto o uno gnomo, fino a quando George MacDonald non scrisse La principessa e i goblin, nel 1872. Nel romanzo, i termini goblin, gnomo e coboldo venivano usati in modo intercambiabile per descrivere una razza di piccoli esseri brutti e maligni che vivevano sottoterra. Questa rappresentazione ha ispirato i goblin e gli orchi delle opere di Tolkien, che hanno ulteriormente consolidato la concezione moderna di queste creature.

Come racconta Curious Archive, i goblin continuano a mantenere una certa rilevanza nella nostra società contemporanea. Non a caso, il termine goblin mode è entrato a far parte delle parole dell'anno. Ma cosa c’è dietro a questi strambi personaggi che continuano a essere una costante nella cultura popolare?
Accanto ai goblin troviamo altre creature simili, come i brownies, i nani, i duendes, gli gnomi, gli imps, i leprecauni e i coboldi. In effetti, il termine goblin è spesso usato come un termine generico per indicare tutti gli esseri faunici di piccole dimensioni. Inoltre, la definizione si estende talvolta a creature simil-goblindi altre culture, come il pukwudgie, il dokkaebi o l'ifrit.

La fascinazione per i goblin riflette molto della condizione umana: le nostre paure, la curiosità verso l'ignoto e l'attrazione per il grottesco. I goblin ci ricordano i lati strani e meravigliosi della nostra immaginazione, mantenendo viva la loro presenza nel tessuto culturale contemporaneo.

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Gli spettri di Katsushika Hokusai

Wow   14.02.22  

Sebbene Katsushika Hokusai sia meglio conosciuto per La grande onda di Kanagawa, Il sogno della moglie del pescatore e Fuji rosso, il prolifico incisore nato a Edo con l'avanzare dell'età si interessò sempre più al folklore giapponese. Questo lo portò creare una serie illustrata intitolata I cento racconti di fantasmi, che presenta illustrazioni di personaggi tipici della narrazione Yokai.
Come racconta Hochelaga, gli Yokai sono esseri strani e misteriosi traducibili in italiano con le parole spettri o demoni. Inquietanti apparizioni che abitano il Giappone soprannaturale; entità a volte malevole a volte maliziose che portano sfortuna e guai ai viandanti che si imbattono in loro.

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