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Lo Splendor Solis e il linguaggio simbolico dell'alchimia

Multimedia   02.11.26  

Tra i personaggi avvolti dalla leggenda nella lunga storia della ricerca della pietra filosofale compare Salomon Trismosin, enigmatico alchimista associato alla cultura rinascimentale e tradizionalmente indicato come maestro di Paracelso. Della sua esistenza, tuttavia, sappiamo pochissimo e quasi tutto ciò che conosciamo proviene da testi alchemici attribuiti a lui. La tradizione racconta che Trismosin avrebbe incontrato Paracelso a Costantinopoli nel 1520 e gli avrebbe trasmesso i segreti dell'arte alchemica; l'identificazione storica del personaggio rimane però problematica e il suo stesso nome potrebbe essere uno pseudonimo.
È proprio a Trismosin che la tradizione attribuisce lo Splendor Solis, uno dei più celebri manoscritti illustrati della letteratura alchemica europea. La questione dell'autore, però, è oggi molto più cauta, il manoscritto è considerato di autore anonimo e l'attribuzione a Trismosin non è storicamente dimostrata. La British Library cataloga infatti il codice Harley MS 3469 semplicemente come Splendor Solis, mentre altre fonti specialistiche sottolineano che il nome di Trismosin appartiene alla tradizione attributiva dell'opera.

La copia più famosa è proprio quella conservata alla British Library, realizzata in Germania nel 1582. È un codice in pergamena di 64 fogli, scritto in tedesco dell'epoca e impreziosito da 22 miniature a piena pagina, eseguite a colori e oro. Le immagini mostrano filosofi, re, regine, miniere, alberi simbolici, esseri ermafroditi, corpi smembrati, processi di cottura e trasformazione, un repertorio visivo nel quale morte, dissoluzione, rigenerazione e unione degli opposti diventano metafore del magnum opus, la Grande Opera alchemica.

La storia del manoscritto, inoltre, è più complessa di quanto possa suggerire l'idea di un unico libro originario. Esistono diverse copie e versioni dello Splendor Solis, una delle più antiche è generalmente datata al 1532-1535 ed è conservata a Berlino. Questo significa che la tradizione del testo e delle sue immagini si sviluppò attraverso una trasmissione manoscritta precedente alla copia oggi più conosciuta.

Ridurre Splendor Solis alla ricerca materiale dell'oro significherebbe perdere gran parte del suo significato. L'alchimia rinascimentale non era infatti una disciplina perfettamente separabile nelle categorie moderne di scienza, magia e filosofia. Essa comprendeva pratiche metallurgiche e medicinali, filosofia naturale, cosmologia, religione, simbolismo e una particolare concezione del rapporto fra l'essere umano e la natura.
Le immagini dello Splendor Solis rendono evidente questa complessità. Il manoscritto comprende sette trattati e costruisce un percorso nel quale le operazioni alchemiche sono accompagnate da una vera e propria grammatica simbolica. La trasformazione della materia diventa contemporaneamente trasformazione dell'operatore. Il laboratorio e il cosmo, il corpo e la materia, il Sole e l'oro vengono messi in relazione. Per questo Jörg Völlnagel, studioso del manoscritto, ha sottolineato come l'opera non debba essere considerata semplicemente un libro di laboratorio, ma come un'esposizione della filosofia dell'alchimia e della sua idea di natura.

In questo senso la pietra filosofale rappresenta qualcosa di più profondo della semplice promessa metallurgica di trasformare il piombo in oro. La Grande Opera alchemica è costruita attorno a immagini di dissoluzione e ricomposizione, di morte e rinascita, di separazione e congiunzione. L'oro, metallo incorruttibile, viene letto come il compimento di un processo di perfezionamento personale. L'alchimia non parla dunque soltanto di ciò che l'uomo può fare alla materia, ma soprattutto di ciò che la materia può rappresentare per l'uomo.

L'eleganza delle immagini spiega anche perché il manoscritto abbia superato da tempo i confini della storia dell'alchimia e della tradizione esoterica, diventando un oggetto di interesse per la storia dell'arte, la letteratura e la cultura contemporanea. William Butler Yeats, James Joyce e Umberto Eco sono tra gli autori moderni che hanno rivolto la loro attenzione al manoscritto o alla sua tradizione simbolica.
Un capitolo particolarmente importante nella fortuna moderna dello Splendor Solis è quello legato a Carl Gustav Jung. Il celebre psichiatra dedicò una parte considerevole della propria ricerca all'alchimia, interpretandola non semplicemente come una forma primitiva di chimica, ma come un sistema simbolico nel quale potevano essere riconosciuti contenuti e processi della psiche.
Il manoscritto compare nella documentazione iconografica utilizzata da Jung. Nel volume Psicologia e alchimia una delle immagini tratte dal manoscritto del 1582 illustra la coniunctio Solis et Lunae, l'unione simbolica di Sole e Luna. Questa lettura sarebbe stata ulteriormente sviluppata da studiosi junghiani. Joseph L. Henderson, che conobbe lo Splendor Solis durante il periodo della propria analisi con Jung, ne fece successivamente uno studio sistematico insieme a Dyane Sherwood, pubblicato come Transformation of the Psyche: The Symbolic Alchemy of the Splendor Solis. L'esperienza testimonia come le immagini del manoscritto potessero essere considerate non soltanto documenti della storia dell'alchimia, ma anche repertori di simboli capaci di dialogare con l'immaginario psicologico moderno.

Il vero lascito dello Splendor Solis consiste proprio nella straordinaria capacità di un sistema simbolico antico di continuare a generare interpretazioni.
Più cerchiamo di separare la storia dalla leggenda, più scopriamo che la leggenda è parte integrante della sua storia culturale. Lo Splendor Solis continua così a svolgere la sua funzione trasmettendo la tradizione della filosofia alchemica, una visione del mondo in cui l'alchimista opera in armonia con la natura, onorando la creazione divina e partecipando ai suoi processi evolutivi, così da favorirne lo sviluppo.

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