Le creature mostruose del folklore dell'antica Roma
Il mondo romano non era popolato soltanto da dei, imperatori e legioni. Ai margini della geografia conosciuta viveva un'altra umanità, fatta di creature ibride, animali prodigiosi e mostri capaci di mettere in discussione i confini tra natura e immaginazione. Le descrizioni provenienti da viaggiatori, geografi e autori antichi trasformavano terre lontane e notti buie in uno spazio quasi fantastico, dove tutto ciò che era raro poteva diventare possibile.
Tra le creature più celebri Toldinstone ne racconta cinque. C'era il basilisco, letteralmente il piccolo re, il serpente che secondo la tradizione era capace di uccidere con lo sguardo. Plinio il Vecchio ne parla attribuendogli caratteristiche straordinarie, vivrebbe nel deserto da lui stesso creato poiché ha la capacità di seccare gli arbusti oltre che con il contatto anche con il solo sguardo. Nel Medioevo verrà lentamente associato alla coccatrice, il celebre gallo serpente che appare nell'araldica europea.
Accanto a lui comparivano gli uomini con la testa di cane, i cinocefali, esseri antropomorfi che popolavano i racconti sulle regioni remote del mondo. La loro origine risaliva a tradizioni molto più antiche di Roma e sarebbe sopravvissuta per secoli, arrivando perfino nella cultura medievale. Esiodo li distingue fra hemikynes, ovvero mezzi cane, descritti come umanoidi dal corpo di cane e kynokephaloi, dalla testa di cane e corpo umano, trattandoli tuttavia come un'unica popolazione.
Ancora più inquietante era la manticora descritta da Ctesia di Cnido nei suoi Indikà. Creatura dal corpo leonino, volto umano e coda di scorpione in grado di scagliare spine velenose per rendere inerme la preda. Il suo nome e la sua descrizione provenivano probabilmente dalla tradizione persiana, filtrata attraverso autori greci e poi romani, col significato di mangiatrice d'uomini.
Il catoblepa era un animale dall'aspetto quasi grottesco, secondo Plinio il Vecchio era quadrupede etiope aveva una testa talmente pesante da essere costretto a tenerla rivolta verso il terreno. Ma proprio il suo sguardo poteva essere mortale. Una sorta di paradosso vivente, una creatura apparentemente incapace di guardare il mondo, ma pericolosissima per chi avesse incrociato i suoi occhi. Il nome deriva dal greco antico katōblépōn, che significa letteralmente che guarda in basso. Tuttavia, un secolo più tardi, Claudio Eliano l'avrebbe descritto come un erbivoro delle dimensioni di un toro domestico, il suo sguardo non era letale al contrario del suo alito velenoso, perché velenose erano le piante di cui si nutriva.
Infine c'era l'odontotiranno, il più enigmatico del gruppo, descritto nel III libro del Romanzo di Alessandro e nel De gentibus Indiae et Bragmanibus attribuito allo pseudo-Palladio. Il suo nome significa dente tiranno. Si trattava di una bestia gigantesca, descritta come capace di terrorizzare gli uomini con le sue enormi fauci con cui poteva ingoiare un elefante intero in un boccone. La sua natura sfuggente mostra quanto facilmente, nel mondo antico, zoologia, viaggio e leggenda potessero fondersi.
Questi mostri raccontano dunque qualcosa di più interessante della semplice superstizione. Per i Romani, il confine del mondo conosciuto era anche il confine dell'immaginabile. Le creature fantastiche abitavano l'altrove. Più una terra era inesplorata, più sembrava plausibile che fosse abitata da esseri impossibili. Il mondo veniva completato con le creature che l'immaginazione riteneva necessarie.
Molte di esse, trasformate e reinventate, hanno continuato il loro viaggio per migliaia di anni, passando dai bestiari medievali alla letteratura fantastica e infine alla cultura popolare contemporanea.
