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La verità svelata da Anna Politkovskaja e i crimini del regime russo

Multimedia   30.08.26  

Anna Politkovskaja è diventata il simbolo di un giornalismo capace di considerare la verità un dovere morale, anche quando raccontarla significa mettere a rischio la propria vita. Corrispondente di Novaja Gazeta, dedicò gran parte del suo lavoro alla guerra in Cecenia e alle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze russe e dalle milizie filorusse. Per sette anni documentò torture, sequestri, sparizioni, corruzione e uccisioni, affrontando minacce, arresti, detenzione, esilio e persino un avvelenamento.
La sua critica colpiva la cuore il sistema politico costruito sotto Vladimir Putin, nel quale la concentrazione del potere, il controllo dell'informazione e la repressione del dissenso rendevano sempre più difficile raccontare ciò che accadeva realmente. Politkovskaja denunciava in particolare il modo in cui il Cremlino utilizzava la guerra al terrorismo per giustificare abusi e impunità.

Politkovskaja non cercava il consenso. Al contrario, sembrava considerare la solitudine una conseguenza naturale dell'indipendenza. La sua attenzione era rivolta soprattutto alle persone comuni, civili ceceni, famiglie degli scomparsi, soldati e le loro madri che non avevano altri interlocutori. Il suo giornalismo nasceva dall'ascolto e dalla convinzione che dare un nome alle vittime del regime significasse sottrarle all'oblio e alla propaganda.

Il 7 ottobre 2006 fu assassinata nell'ascensore del suo palazzo a Mosca. Aveva 48 anni. Era appena tornata dalla spesa e stava lavorando a un'inchiesta sulle torture subite da giovani ceceni. Il processo ha portato alla condanna di cinque persone per l'organizzazione e l'esecuzione dell'omicidio, compreso l'esecutore materiale, ma non è mai stato individuato e condannato il mandante del delitto.
La sua morte assunse così un significato che andava oltre la tragedia individuale. Politkovskaja era stata eliminata fisicamente, ma ciò che aveva cercato di difendere, la possibilità di raccontare una realtà diversa da quella ufficiale, continuava a rappresentare una sfida al regime.

Politkovskaja non ha cercato il martirio, ma è diventata una martire per aveva rifiutato il compromesso. In un regime russo sempre più autoritario, dove la propaganda pretende di sostituire i fatti e il dissenso viene presentato come tradimento, la sua lezione conserva una terribile attualità.
La sua eredità è quella di una coscienza inquieta e incorruttibile. Una donna che non ha confuso il giornalismo con la carriera, né il coraggio con l'eroismo. Aveva semplicemente scelto di non voltarsi dall'altra parte.

Il suo saggio No to fear così inizia e così si conclude:

La gente spesso mi dice che sono pessimista, che non credo nella forza del popolo russo, che sono ossessiva nella mia opposizione a Putin e non vedo nulla al di là di questo.

[...] Se qualcuno pensa di poter trarre conforto dalla previsione "ottimistica", lasciateli fare. È certamente il modo più semplice, ma è la condanna a morte per i nostri nipoti.

Anna Politkovskaja peccava di ottimismo. L'invasione russa dell'Ucraina ha già condannato a morte i loro figli.

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La tecnologia che ha modellato una nuova era del fotogiornalismo

Multimedia   16.02.24  

La tecnologia della telefoto ha rivoluzionato il modo in cui le notizie venivano condivise e illustrate dai giornali negli anni '30. In precedenza, le immagini dovevano essere trasportate fisicamente da un luogo all'altro, rallentando notevolmente la pubblicazione delle notizie. Con l'avvento della telefoto, le immagini potevano essere inviate quasi istantaneamente ai giornali attraverso una linea telefonica via cavo dedicata.

Come viene mostrato dal documentario presentato dai Charlie Dean Archives, questa nuova forma di comunicazione ha permesso ai giornali di pubblicare immediatamente le immagini dei principali eventi e delle notizie di attualità. La telefoto ha notevolmente accelerato il flusso di informazioni e ha permesso al pubblico di avere un accesso più rapido alle immagini dei fatti di cronaca. Questo ha avuto un impatto significativo sulla copertura giornalistica, consentendo ai lettori di essere più informati e di avere una visione più completa degli eventi che accadevano in tutto il mondo.
Inoltre, l'introduzione della fotografia via cavo ha aperto nuove opportunità creative per i fotografi. La possibilità di inviare immagini in remoto ha consentito loro di catturare momenti unici e di trasmettere visivamente le storie in modo più immediato ed efficace.

La telefoto ha indubbiamente rappresentato un punto di svolta nella storia del giornalismo, aprendo la strada alla rapida diffusione delle immagini e alla democratizzazione dell'accesso alle notizie. Questo ha contribuito a modellare l'evoluzione dei giornali e ha gettato le basi per le moderne modalità di condivisione delle immagini e dell'informazione.

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Una storia del mondo secondo Getty Images e il copyright

Multimedia   12.05.23  

A History of the World According to Getty Images è un corto documentario, diretto da Richard Misek, che racconta avvenimento del XX secolo attraverso le immagini presenti nell'archivio online di Getty Images. Il video esplora il tema del copyright, del potere che ne deriva legato alle immagini d'archivio e alla visione che abbiamo del passato.

Getty Images è uno dei più grandi archivi commerciali di immagini al mondo, tra cui molte tra le più significative del secolo scorso, come gli allunaggi dell'Apollo e la caduta del muro di Berlino. Queste immagini fanno parte della memoria collettiva e sono presenti nella mente di molti di noi, ma spesso non possiamo accedervi perché sono bloccate dietro a un paywall, come quello di Getty e di molti altri archivi.

Il documentario analizza come questi archivi acquisiscano il controllo sulle immagini e limitino l'accesso a esse, anche quando diventano legalmente di pubblico dominio. Un invito a riflettere sul valore culturale e storico delle immagini e sulla necessità di preservarle e renderle accessibili al pubblico, per trovare un equilibrio tra la protezione dei diritti della proprietà intellettuale e la promozione dell'accessibilità culturale e dell'uso creativo delle immagini.

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La grande bufala sugli abitanti della Luna

Multimedia   19.01.23  

Nella prima metà del XIX secolo, come racconta la BBC, si sviluppò un movimento per cercare di conciliare le credenze religiose con le nuove scoperte scientifiche. Era anche un periodo in cui molti giornali appena nati avrebbero fatto di tutto per aumentare le vendite, a volte anche calpestando l'etica giornalistica.
In questo ambiente, Richard Adams Locke scrisse nel 1835 una serie di articoli satirici prendendo in giro alcune delle teorie astronomiche più stravaganti. Il Sun (che nulla ha a che fare con l'attuale tabloid britannico), per cui Locke lavorava, pubblicò sei articoli "dimenticando" però di etichettarli come satira e lanciando la Great Moon Hoax, la grande bufala lunare, in cui il nostro satellite naturale veniva descritto come ricco di vita animale e vegetale con tanto di uomini pipistrello senzienti, unicorni e castori bipedi. Inutile aggiungere che il Sun decise di non stampare mai una ritrattazione.

Una storia terribilmente attuale.

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