La verità svelata da Anna Politkovskaja e i crimini del regime russo
Anna Politkovskaja è diventata il simbolo di un giornalismo capace di considerare la verità un dovere morale, anche quando raccontarla significa mettere a rischio la propria vita. Corrispondente di Novaja Gazeta, dedicò gran parte del suo lavoro alla guerra in Cecenia e alle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze russe e dalle milizie filorusse. Per sette anni documentò torture, sequestri, sparizioni, corruzione e uccisioni, affrontando minacce, arresti, detenzione, esilio e persino un avvelenamento.
La sua critica colpiva la cuore il sistema politico costruito sotto Vladimir Putin, nel quale la concentrazione del potere, il controllo dell'informazione e la repressione del dissenso rendevano sempre più difficile raccontare ciò che accadeva realmente. Politkovskaja denunciava in particolare il modo in cui il Cremlino utilizzava la guerra al terrorismo per giustificare abusi e impunità.
Politkovskaja non cercava il consenso. Al contrario, sembrava considerare la solitudine una conseguenza naturale dell'indipendenza. La sua attenzione era rivolta soprattutto alle persone comuni, civili ceceni, famiglie degli scomparsi, soldati e le loro madri che non avevano altri interlocutori. Il suo giornalismo nasceva dall'ascolto e dalla convinzione che dare un nome alle vittime del regime significasse sottrarle all'oblio e alla propaganda.
Il 7 ottobre 2006 fu assassinata nell'ascensore del suo palazzo a Mosca. Aveva 48 anni. Era appena tornata dalla spesa e stava lavorando a un'inchiesta sulle torture subite da giovani ceceni. Il processo ha portato alla condanna di cinque persone per l'organizzazione e l'esecuzione dell'omicidio, compreso l'esecutore materiale, ma non è mai stato individuato e condannato il mandante del delitto.
La sua morte assunse così un significato che andava oltre la tragedia individuale. Politkovskaja era stata eliminata fisicamente, ma ciò che aveva cercato di difendere, la possibilità di raccontare una realtà diversa da quella ufficiale, continuava a rappresentare una sfida al regime.
Politkovskaja non ha cercato il martirio, ma è diventata una martire per aveva rifiutato il compromesso. In un regime russo sempre più autoritario, dove la propaganda pretende di sostituire i fatti e il dissenso viene presentato come tradimento, la sua lezione conserva una terribile attualità.
La sua eredità è quella di una coscienza inquieta e incorruttibile. Una donna che non ha confuso il giornalismo con la carriera, né il coraggio con l'eroismo. Aveva semplicemente scelto di non voltarsi dall'altra parte.
Il suo saggio No to fear così inizia e così si conclude:
La gente spesso mi dice che sono pessimista, che non credo nella forza del popolo russo, che sono ossessiva nella mia opposizione a Putin e non vedo nulla al di là di questo.
[...] Se qualcuno pensa di poter trarre conforto dalla previsione "ottimistica", lasciateli fare. È certamente il modo più semplice, ma è la condanna a morte per i nostri nipoti.
Anna Politkovskaja peccava di ottimismo. L'invasione russa dell'Ucraina ha già condannato a morte i loro figli.

